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AZZURRI

CURIOSI DEL RISULTATO, MA INTANTO NON CI SONO GURU

Ve le ricordate quelle barzellette, alcune veramente meravigliose, che iniziavano con “c’è un francese, un tedesco, un inglese ed un italiano…”. Finivano sempre che il nostro conterraneo in qualche modo se la cavava meglio degli altri.

Quando si guarda la costruzione di questa Nazionale maggiore, assolutamente all’inizio,  al cento per cento ancora embrionale, non ci si può non chiedere: quale sarà il gene che vincerà, quello del sudafricano, del neozelandese o dell’italiano? Ecco una domanda che potremmo provare a farci mentre la guardiamo emettere i suoi primi vagiti durante queste Autumn Series.

Insomma quanto pesa il progetto di Smith,  l’uomo che viene dal Noordwes sudafricano, rispetto alla presenza sul campo di Kieran Crowley, l’uomo del  Taranaki  neozelandese? Perchè una cosa si è capita in queste prime battute, la Nazionale non va più in campo con in testa il verbo del grande filosofo ovale di turno, così è stato per Conor O’Shea ed anche e soprattutto per Brunel, ma come espressione di un progetto composito.

A fare la guardia a questa nuova espressione del nostro rugby ci sono i due di staff, il sudafricano Goosen (un vero miracolato, cambia tutto ma lui rimane)  e poi l’italiano, Andrea Moretti, l’uomo della mischia.

Ma torniamo al ticket Smith-Crowley, i due autori del progetto della nuova Nazionale, che una cosa l’hanno già rivoluzionata anche se in tanti hanno fatto finta non fosse così: con loro in testa l’Italrugby non aderisce più alla scuola di qualcuno ma forse ne abbiamo messe insieme due diverse per fare la nostra.

Spieghiamoci. Quando il Coach era Brunel la cosa aveva un significato tecnico ben preciso, voleva dire sposare un certo tipo di rugby, assolutamente e rigidamente interpretato dall’ottimo francese. Aver avuto O’Shea, un po’ la stessa cosa, anche se l’irlandese si è un po’ perso per strada. Prima di loro Berbizier o Mallett ci facevano pensare allo stesso stile di scegliere la panchina della Nazionale: aderire ad uno stile di rugby esterno a noi.

Ma Crowley e Smith hanno davvero ben poco in comune, non è solo la Nazionalità ma, a raccontarci questa storia, c’è anche il modo che hanno avuto nel tempo di mettere squadre in campo.

E’ vero che formalmente hanno ruoli diversi ma, non raccontiamocela, il progetto è lo stesso ed i due ruoli, in un mondo piccolo come quello del rugby italiano sono tanto stretti,  uno sopra all’altro. Del resto, da quel che si vede, loro due lo interpretano proprio così.

Piace allora aggiungere alle nostre riflessioni pre e post partita questa piccola analisi aggiuntiva: se questa è la formula quale sarà il mix del gioco della nostra Nazionale?

Intanto una cosa rispetto al passato è cambiata, per questo giro non ci sono “guru”.

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