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FIR E DINTORNI

FINALE TOP10 E QUEL PEZZO DI CIELO IN PIU’

La finale del top10 ha aperto i cieli del nostro rugby ben oltre quanto se ne sia parlato o quanto se ne sia voluto dire. L’idea non era nuova, quante altre finali in campo neutro abbiamo visto in passato, ma l’organizzazione si, tutto il sistema di gestione della Finale Top10 ’23 ha marcato la differenza.

Una Finale tutta impostata con lo stile “evento media” e non con il solito stile, pur sempre positivo ma di altri tempi, della fraternità del campo e del brindisone con boccale di birra (entrambe non sono comunque mancate a Parma); per questo il 28 maggio è stato anticipato da ogni tipo di polemiche: sulla sede, sul fatto che fosse di sera alle 21 e pure di domenica, sulla visibilità, sulla procedura di promozione e sulla stessa organizzazione locale.

Questo scontro, aspro, è stato palese, sono stati due mondi che hanno conflitto pesantemente, passato e futuro che non si sono voluti vedere anche se, ad essere realisti, tocca sempre e solo al primo guardare al secondo. Ma nel nostro mondo ovale sono ancora troppi ed in troppi posti di potere coloro che vivono di “nostalgia”, ci sono ancora troppe rievocazioni d’epoca e troppi saputelli su tutti i campi che si permettono di misurare il proprio vicino ovale in base al numero di partite giocate o di giocatori conosciuti (rigidamente degli anni Settanta/Ottanta), invece che per il solo fatto che segue il rugby: è un delirio che emargina ed esclude competenze e responsabilità. A tutti questi “nostalgici” la scelta “evento media” non è piaciuta e, da queste parti, siamo lieti di essere distanti dalla loro schiera.

La partita è stata giocata la domenica alle ore 21 per favorire lo spazio di Diretta TV RAI2, anche su questo c’è stata una assurda polemica. Adesso che tutto è finito piace chiedere a questi nostalgici del rugby alla salamella dove avrebbero messo i 409.000 spettatori medi (ammesso li avrebbero mai intercettati) che hanno visto la partita in TV, non ci sono stadi abbastanza capienti (e neanche barbecue).  Il nostro rugby ha avuto una vetrina incredibile ed il pubblico italiano, ripetiamo, di tutta Italia, ha risposto: si. Lo stadio comunque era pieno.

La formula usata dalla FIR per questa Finale ha vinto sotto tutti i punti di vista ma soprattutto, per questo se ne parla qui oggi, ha dato l’impressione di essere un punto di svolta, una cosa tipo “indietro non si torna”.

Questa Finale, realizzata così, è sembrato un passaggio fondamentale nella costruzione di un Alto Livello che ne includa il campionato, perché questa finale aveva tutti i crismi di una partita di URC. L’aver concepito questo appuntamento conclusivo di stagione nello stesso stile (evento media) di un Alto Livello europeo può rappresentare un cambio di passo di cui abbiamo bisogno.

Ha colpito inoltre che il giorno dopo la Finale sia stata comunicata tutta una serie di “numeri” importanti, fra i quali anche le quote raccolte dagli sponsor dell’evento e le quote economiche di spettanza alle squadre partecipanti alla Finale ed a tutto il sistema di Final Four precedente. Lo stile “evento media” ha vinto anche qui.

E adesso? Speriamo che si sia davvero messo il piede sull’acceleratore ed allora ci restano, per oggi, solo due cose da dire.

Nessun rugby deve morire. Quello del panino e birra esisterà sempre, è così ovunque, il rugby del territorio resterà anche così, è indispensabile, fa parte del nostro mondo, quelli siamo sempre noi. Ma coloro che si stracciano le vesti di fronte al  “professionismo” ed al sistema “evento-media” di questo possibile nuovo ex TOP10 e futuro TOP8 che sta arrivando non è vero che amano il rugby ma solo la loro storia personale nel rugby. Perché non è vero che è stata “birra e salsiccia” a portarci al Sei Nazioni, semmai è quella che ci ha impedito di crescere dopo che ci siamo arrivati.

E’ tempo di Alto Livello. Quello di tutti però. La Finale 23 del massimo campionato italiano può essere, più per i meriti fuori dal campo, il punto di partenza di una nuova saldatura al vertice del movimento che però non è fatta solo di Accademie e genia di azzurri ma di team del territorio.

Se le squadre del massimo campionato diventano il territorio dell’Alto Livello e decidono di giocarsela così allora il rugby italiano può crescere, se il campionato sarà visto con questo sistema, tipo Finale ’23 per intendersi,  ovvero in quanto “campionato” e non solo come generatore di azzurrabilità, allora avremo un Alto Livello di Territorio. Vestire di rossoblù, cremisi, nero, giallonero, biancorosso ed Azzurro saranno tutti, diversi, ma tutti grandissimi traguardi, comunque tutti di Alto Livello.

C’è ancora un bel po’ di strada da fare ma il 28 maggio a Parma quest’anno forse si è visto un pezzo di cielo in più.

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